Traduzione dell’intervista a Steven Erikson su Dark Wolf’s Fantasy Reviews
Visto che in questi giorni mi sento più masochista stakanovista del solito, eccovi servita la traduzione dell’altra intervista fresca fresca a Steven Erikson da parte di Dark Wolf’s Fantasy Reviews.
Grazie anche al consiglio di Andrea D’Angelo, questa volta ho cercato di renderla in un italiano più fluido. Spero vada meglio
.
Intervista a Steven Erikson del 12 ottobre 2009
Steven Erikson non ha certo bisogno di introduzioni. Lo scrittore canadese è l’autore della nota serie fantasy del “Libro Malazan dei caduti”. Il nono romanzo della serie, “Dust of Dreams”, è stato pubblicato quest’anno, e il “Libro Malazan dei caduti” avrà conclusione nel prossimo romanzo, “The Crippled God”. Steven Erikson ha anche pubblicato tre racconti della serie, “Blood Follows”, “The Healthy Dead” e “The Lees of Laughter’s End”, con un quarto in arrivo, “Crack’d Pot Trail”. Ha anche pubblicato due romanzi non correlati alla serie Malazan, “The Devil Delivered” e “Revolvo”, e tre romanzi, tre romanzi brevi e tre racconti come Steven Lundin. Ho avuto il piacere di fargli un’intervista.
- Steven, grazie molte per l’opportunità di questa intervista. Il tuo “Libro Malazan dei caduti” è una serie già nota, ma come è nato il mondo Malazan? Qual è l’idea iniziale che soggiace alla fondazione del tuo mondo?
Il mondo Malazan ha avuto origine come gioco di ruolo, impiegando il sistema di gioco GURPS. Stavamo cercando qualcosa di originale per tono e atmosfera, e un’ambientazione che apparisse genuina e consistente. Una cosa dalla quale siamo intenzionalmente partiti è stata la collezione di tropi della letteratura (e dei giochi) fantasy. È iniziato tutto con la distribuzione del bene e del male, e poi con il toglier via le tradizionali fondamenta tecnologiche e culturali (ma anche mitiche) del Medioevo europeo.
- Il mondo è stato creato con Ian Cameron Esslemont, ma come avete iniziato a lavorare assieme su questo progetto? Avete anche avuto disaccordi mentre costruivate il vostro mondo fantasy?
Stavamo entrambi lavorando come archeologi, ed è così che ci siamo conosciuti, e frequentavamo l’Università di Victoria (Canada), iscritti a un programma di Scrittura Creativa. Essendo coinquilini avevamo molto tempo per giocare. Non posso ricordare molto riguardo ai disaccordi: Cam conduceva le sue campagne. Io le mie. Giocavamo tra di noi e questo era il meglio per quella dinamica. Quella relazione continua fino a oggi con i romanzi.
- Hai scritto “I Giardini della Luna” nel 1991, ma se non erro ci sono volute tre riscritture e otto anni prima che venisse pubblicato. Hai sentito a un certo punto in questi otto anni la necessità di lasciar perdere di tentare di pubblicarlo? Ci sono grandi differenze tra la bozza iniziale e la versione finale del romanzo?
Non ho desistito. Per almeno sei di quegli otto anni il romanzo è stato semplicemente su uno scaffale. Alla fine sono tornato a rivederlo una volta che ci siamo trasferiti nel Regno Unito e che ho firmato il contratto con Hodder & Stoughton (come Steven Lundin, Sceptre imprint) e il mio primo romanzo contemporaneo era vicino alla pubblicazione. Il mio agente stava cercando di piazzarlo agli editori fantasy e così riscrissi il romanzo (ma non per intero; le ulteriori riscritture seguirono una volta che ebbi un editore e un editor a bordo). La bozza iniziale del romanzo iniziava all’assedio di Pale. Tutto ciò che lo precedeva giunse durante questa fase di revisione. La prima vera versione, certo, era una sceneggiatura da film che iniziava a Darujhistan, con Crokus nella notte in cui veniva cacciato dagli assassini.
- Firmasti un contratto di pubblicazione del valore di $ 675.000 per i tuoi prossimi nove romanzi. Come ti sentivi quando hai ricevuto questa offerta? Ti aspettavi o sognavi un contratto del genere nel momento in cui stavi scrivendo il tuo primo romanzo?
Beh, noi sogniamo tante cose, no? Il mio sogno era sempre stato di raggiungere il momento in cui avrei potuto scrivere a tempo pieno. L’offerta, quando arrivò, era fatta su misura. Mi diede qualcosa che non avrei mai conosciuto prima: sicurezza e stabilità. Ero cresciuto povero; la nostra famiglia era sempre in difficoltà; anche nel momento della firma del contratto ero in debito con i prestiti degli studenti canadesi (la prima cosa alla quale mi dedicai una volta tornato in Canada). La somma specifica dell’offerta mi sconvolse. Non mi sarei mai aspettato niente del genere, ma stranamente non ero intimidito. Sapevo che potevo scrivere questa serie: l’unico problema era se qualcuno avrebbe voluto leggerla, ed ero preoccupato che il mio editore si sarebbe pentito della sua decisione.
- Essendo stato fatto il contratto per altri none romanzi, posso chiederti se avevi già in mente la struttura dei romanzi seguenti nella serie del “Libro Malazan dei caduti” o ci hai lavorato sopra dopo aver firmato il contratto?
Ammetto qualche modestia all’inizio. Quando il contratto era stato fatto per il primo romanzo, era un contratto unico, con i diritti di opzione per il seguente. Fu solo dopo che “I Giardini” venne fuori che io feci menzione del mio progetto più grande: dieci libri. E dato che in quel momento stavo ultimando il secondo romanzo, “La Dimora fantasma”, suppongo che fu visto come incoraggiante, e che io ero capace di consegnare i manoscritti a un’andatura decente, e non mi tirai indietro all’idea di scriverne uno all’anno. E’ difficile considerare le idee di qualcun altro coinvolto – suppongo che fossi sia confidente che ingenuo, come solo uno scrittore non stagionato può essere. La serie non sembrava mai troppo grande, impossibile o spaventosa. Tutto ciò che conoscevo era una immensa, bruciante impazienza. Avevo l’arco della storia esposto nella mia mente: sapevo dove stesse andando e dove e come sarebbe finita e io volevo solo arrivare lì.
- Con Ian Cameron Esslemont hai dichiarato che uno dei tuoi scopi nello scrivere la serie Malazan è di sfidare gli elementi del fantasy classico. Pensi che il genere fantasy stesse attraversando un periodo stereotipico quando hai iniziato a creare l’universo Malazan? Senti che il fantasy necessita di una rinvigorita attraverso tali sfide?
Tutte le forme di espressione artistica necessitano di sfide; appassiscono e muoiono senza di esse. Non penso che ci fosse alcun periodo stereotipico che coincidesse con la pubblicazione de “I Giardini della Luna”. Mentre si andava contro alla moda, lo si sarebbe fatto in qualsiasi momento, se capisci quello che intendo. Il canone può sembrare qualcosa di fissato e solido, ma in verità è sempre in trasformazione – anche quando il lavoro in questione non cambia, le nostre relazioni con esso lo fanno. Guardare a un quadro di Warhol oggi è cosa diversa dal guardarlo nel giorno in cui fu mostrato per la prima volta. Il prodotto è collocato in un tempo e un posto specifici, ma noi ci spostiamo sempre avanti, e quelle relazioni, quell’azione reciproca, evolvono. Pensando a questo, forse il canone fantasy al tempo dei “Giardini” (e più precisamente, ai tempi del nostro gioco) aveva raggiunto il punto nella mia mente e in quella di Cam (sebbene dovresti chiedere a lui per una conferma) dove i tropi rasentavano il pastiche: il ragazzo di campagna con sangue reale, l’oscuro signore del male, la principessa insolente, il cavaliere audace, blah blah blah. Eravamo ingrassati con ciò, perciò ce ne sbattemmo e ci facemmo una bella risata nel farlo.
- Con un tale ammontare di dettagli e un mondo talmente complesso come fai a tenere traccia dei dati necessari per mantenere il mondo Malazan in un vero e proprio ordine?
Malamente. Riempio dozzine di blocnotes. Faccio liste e finisco ripetendole in blocnotes dopo blocnotes, dato che cercare di rintracciare un singolo riferimento in qualche oscura pagina in un blocnotes è come una spina nel fianco. Ma questi dettagli sono cose da poco. I progetti grandi sono tatuati dentro il mio cranio. Scritti nel mio DNA. Nessuno di quelli ha mai vacillato.
- Quale processo nella costruzione del mondo ti ha divertito di più? E’ capitato a volte di creare un elemento della costruzione del mondo e poi essere insoddisfatto del risultato finale e ricominciare tutto da capo?
Una domanda interessante. Penso che sia il mistero iniziale ad attirarmi. Una pagina bianca e una penna nella mia mano e una mappa da disegnare. Non posso immaginare la costruzione di un mondo senza una mappa (che non significa dire che debba essere stampata nel libro o offerta ai lettori). Inizi con la geografia e la geografia ti guida nella cultura, perché le due cose sono così strettamente interconnesse che è impossibile inventare una civiltà o una società senza il riconoscimento e la comprensione degli effetti della geografia. Quindi, questo il processo creativo iniziale: le linee della costa, le catene montuose, i fiumi principali, i bacini di drenaggio, i delta, gli arcipelaghi di isole, la vegetazione, altitudine, latitudine, risorse: tutto questo costituisce le ossa della cultura e della storia. Senza di essi non c’è autenticità. Senza di essi, non puoi veramente conoscere il posto e le persone sui quali stai scrivendo.
Suona piuttosto metodico, ma penso che debba esserlo, e penso che questo processo sia la ragione irrevocabile per il mio essere quasi mai insoddisfatto di qualsiasi elemento del mondo costruito. E’ consistente internamente. Ha senso. Si tratta di dove le persone vivono e come vivono, e si può trattare di un brutto posto e la vita può essere brutalmente dura, o può sembrare tutto idillico, ma alla fine è il punto iniziale per una storia e tu lavori con ciò che c’è lì.
- Hai anche scritto narrativa breve ambientata nell’universo Malazan nella forma di tre racconti. Con l’esperienza di opere lunghe quanto diverso è stato lavorare con la narrativa breve? Ti senti più a tuo agio nello scrivere narrativa breve o lunga?
Tutte le mie prime esperienze nella scrittura creativa erano nella forma narrativa breve, perciò mi trovo a mio agio abbastanza con queste forme. Certamente ci sono alcune differenze: nei romanzi puoi divagare dalla traiettoria; nelle cose brevi non puoi. Ma in termini di disciplina, probabilmente faccio una cosa stolta, cerco di applicare il rigore della narrativa breve nello scrivere i miei romanzi. Con ciò intendo che condenso il più possibile, riga dopo riga (nel modo in cui si scrive una storia breve), e lo faccio attraverso mille pagine e più. Rende leggere impegnativo, e spesso sento dire di come la seconda o la terza rilettura rivelino così tanto di più al lettore, e di conseguenza, i romanzi sopravvivono bene alle letture ripetute.
Il mio livello di agio è abbastanza consistente, non importa la forma.
- I romanzi della serie Malazan sono stati pubblicati in un ritmo quasi costante di un romanzo all’anno. Si tratta di un ritmo auto-imposto o era una condizione del contratto di pubblicazione? Quanto è difficile gestire un ritmo del genere?
E’ stata la mia normale andatura. Il contratto non esplicitava la condizione di “un romanzo all’anno”. Stabiliva che l’editore ne anticipasse uno per anno. Non mi sono accordato affatto per uno o due, ma in generale è andato tutto bene, e in verità ho trovato tempo per infilarci un racconto o anche due. Questo è ciò che mi stava spingendo fin dall’inizio: l’idea di diventare uno scrittore a tempo pieno era legata alla sensazione nella mia mente che io stessi diventando impaziente, e che una volta scatenate le cose sarebbero esplose a un’andatura potente – finché sarei riuscito a gestirlo. Fin qui tutto bene. Ad ogni modo, non è difficile. È piacevole.
- C’è stata un momento nella scrittura dei tuoi romanzi in cui hai sentito che ne avevi abbastanza del “Libro Malazan dei Caduti”?
No, come puoi dedurre da tutto ciò che ho detto sopra. Ho bisogno di raggiungere quella fine e sono quasi lì. E con le altre opere più brevi, posso sempre cambiare equipaggiamenti e bighellonare con altre voci e stili.
- Penso che lavorare così tanto nello stesso universo abbia creato una zona di agio per te come scrittore. Quanto sarebbe duro mettere una fine alla tua serie e lasciare questa zona di conforto?
La zona di conforto di uno scrittore non è per nulla la stessa del lettore, ritengo. La mia zona di conforto è pienamente trasferibile: è il processo, il rituale, se vuoi, della creatività. Se penso ai lavori futuri che siano contemporanei, o storici, o di qualche altro genere, non mi sento affatto a disagio alla prospettiva di scriverli. Adesso, potrebbe essere differente se dovessi cercarne uno, e se rimanessi impappinato, d’altro canto, leggo già tutti i generi e sembrano piacevoli – vedo cosa viene fatto e come viene fatto. Perciò, sebbene io non sia preoccupato, vedremo come sarà solo quando arriverà il momento.
- Se fosse possibile, in quale parte del mondo che hai creato vorresti vivere?
Non ne sono sicuro. Probabilmente cercherei di trovare una caverna che nessuno conosca e mi nasconderei semplicemente lì fino alla fine dei miei giorni.
- Che mi dici dei personaggi, ce n’è uno in cui c’è un riflesso letterario di Steven Erikson?
Lo sono tutti. Non potrebbe essere diversamente. Allo stesso tempo, ognuno di loro è una versione alternativa, alcuni di essi così alternativo che mi ci riconosco appena. No, non sto scherzando. Uno si sposta dal familiare al non familiare in piccoli incrementi, così piccoli che è difficile notare che stia davvero accadendo. Questo è il potere della voce nella narrativa: vieni invitato, preso anche per mano, e condotto lontano. Tutto appare piacevole. Normale. Ma quando le ombre iniziano a radunarsi… Sul lato creativo del processo, è quasi la stessa progressione, e se sei abbastanza impavido per questo, un personaggio può portarti molto lontano da qualsiasi cosa pensavi di conoscere, o anche immaginavi
- Dopo la pubblicazione del decimo libro della serie Malazan se una domanda commerciale aumentasse o il pubblico chiedesse la continuazione della serie continueresti a scrivere romanzi in questa serie?
Mi sono state commissionate due trilogie dopo la serie di dieci libri, entrambe correlate all’universo Malazan. In più, ci sono i racconti di Bauchelain e Korbal Broach e alcuni spin-off da questi. Infine, da aggiungere alla fissa Malazan dei lettori, ci sono le opere di Cam.
- Se sarà il caso nel futuro scriveresti un’altra serie lunga come “Il Libro Malazan dei Caduti”?
Raggiungi una certa età in cui pianificare per decadi sembra piuttosto insensato. Perciò, no, non lo farei. È una delle ragioni per cui ho ridotto le opere future a trilogie.
- Parlando di domanda commerciale sembra a volte che la nostra moderna società prenda un prodotto di successo e cerchi di trarre vantaggio da esso al massimo. Questo è il caso di romanzi di successo che sono poi trasposti in differenti forme d’arte come fumetti, film, serie TV e così via. Credi che questo sia solo un processo commerciale e materialista o esso può far sì che un romanzo raggiunga nuovi pubblici e più successo?
Possono essere entrambi. Ha a che fare con l’integrità (sì, ascolta questo idiota, che parla di integrità e contemporaneamente di film e televisione!). Inoltre, ci sono molti modi diversi per misurare il successo. Il modo privato è il più prezioso, perché tutti gli altri sono essenzialmente fuori dalle tue mani. Quando rinunci ai diritti, non si può sapere cosa seguirà. Uno dei primi atti formali di molti produttori è di svigorire il creatore originale il più velocemente ed efficientemente possibile. Comprendo il loro ragionamento: siamo bastardi sarcastici per la maggior parte (usiamo la parola “integrità” dopo tutto), e a volte il nostro ego è un avversario per i loro e ciò significa certamente problemi. Ad ogni modo, in questo caso non sono totalmente serio. LoTR è stato prodotto con una integrità ammirevole: spero che non sia unico al riguardo.
- So che i fratelli Dabel stanno lavorando a un fumetto basato sulla tua serie, ma ci sono altri progetti basati sui tuoi romanzi? In quale mezzo vorresti vedere adattata la tua serie?
Sia Cam che io siamo aperti a varie rappresentazioni: la nostra condizione è che venga fatto bene, e questo ha a che fare con il conoscere effettivamente le persone coinvolte.
- Non sempre gli adattamenti cinematografici dei romanzi hanno il risultato sperato e sono piuttosto deludenti, ma sono ancora curioso di vedere tali adattamenti. Vorresti vedere la serie Malazan adattata in un film? Chi vorresti come regista di un tale progetto, o come attore in un adattamento filmico?
Adorerei vedere un adattamento, ma sarebbe una sfida formidabile. Non sono sicuro che i format televisivi funzionerebbero allo stesso modo che il grande schermo, comunque, eccetto forse per i racconti, che sono ridotti proporzionalmente a una dimensione adatta. Il problema con il “Libro Malazan dei caduti”, di certo, è la pura immensità della serie e anche di ogni romanzo. Se mi piacerebbe fare da regista? Assolutamente no, non saprei da dove iniziare. Recitare? Certo, in qualche piccola parte nello sfondo. Posso già vedere Cam come Aragan…
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ottobre 17th, 2009 at 10:19
Nuovamente grazie, Nutza. E… sì, ti confermo che la fluidità è migliorata, rendendo meno ‘accademica’ la lettura.
In generale, il modo in cui scrivi lo ritengo chiaro e molto comunicativo, quindi averci aggiunto ‘del tuo’ (in quale misura me lo dirai tu) ha sicuramente fatto fare un passo in più alla resa su carta; questa è la mia sensazione rispetto alla precedente traduzione — lo dico da ‘fruitore’.
Mi fido di Erikson quando parla dell’integrità — finora mi è sembrata evidente, nei suoi romanzi —, quindi, se mai un giorno si farà un adattamento del suo mondo, vorrei vederla all’opera e tenere testa ai produttori laddove intendessero snaturarne il senso.
ottobre 17th, 2009 at 13:54
Son contenta che la traduzione “fili” meglio
. La mia “intrusione” nel testo non è stata invasiva, mi sono limitata a cercare soluzioni meno “meccaniche” (con l’aiuto anche di un comodo sito che ho scoperto: http://www.wordreference.com/enit
).
Anch’io mi fido di Erikson: non lascerebbe mai in pasto agli sciacalli i suoi scritti, è troppo onesto per farlo. E se un giorno dovesse disgraziatamente succedere… vuol dire, ancora una volta, che non ho capito nulla di questo mondo
.
ottobre 17th, 2009 at 18:46
Ottima traduzione, Nutza!
Va più che bene e non tradisce il senso di ciò che dice Erikson: il che è molto meglio del “letterale” che s’incastra ogni due frasi.
E’ stupefacente notare quanto distanti siano le nostre lingue quando affronti una traduzione: ciò che va da una parte, dall’altra non ha alcun senso. Lo scalpore che fece su FyMag l’intervista alla traduttrice mi fa sorridere. Come sempre c’è chi, in Italia, pensa di sapere tutto, anche di fronte a chi ha esperienza diretta sul campo e pure di lunga data. E non ho ancora capito se questa forma di saccenza sia tutta italiana o è globale. La risposta, forse triste, è questa: è globale, ma in Italia la patologia è cronica. (Non conforta né l’una, né l’altra proposizione, ahimè…).
Non ci resta che lavorare così, con abnegazione. Il tempo lo abbiamo, diamoci tutti da fare!
by_Ax, a me quel tuo progetto sugli scrittori m’intrippa di brutto, sai? Parliamone! (Non te lo voglio rubare, bensì approfondire: bisogna battere il ferro – la tua testa – finché è caldo!)
ottobre 17th, 2009 at 20:45
Uhm, Andrea, credo di essermi persa qualcosina: 1) dov’è la discussione sulla traduttrice di Erikson su FM? Sono curiosa!
; 2) mi permetto d’impicciarmi: quale progetto sugli scrittori di By_Ax? Voglio sapere anch’io!
ottobre 17th, 2009 at 21:00
OT: Andrea, nel precedente post hai accennato a qualche mia richiesta di farti tradurre dall’inglese. Già lì mi sono messo sull’attenti perché non mi sembrava di averlo mai fatto. Ora, dopo la tua ultima frase, ne ho la certezza: mi sa che mi confondi o c’è un caso di omonimia con il mio nick.
Tu metti sempre l’underscore tra by e Ax (in effetti è più simpatico perché il risultato sembra l’evoluzione del sorrisetto ^_^, ma con la maschera). Non ho mai detto nulla perché non mi dà il minimo fastidio, ma magari esiste qualcun altro che si chiama così. Può essere?
ottobre 17th, 2009 at 21:10
Nutza, credo Andrea non si riferisse alla traduttrice di Erikson, ma al lavoro in sé.
Spero di non sbagliare a segnalarti questo link: http://www.fantasymagazine.it/forum/viewtopic.php?t=13220&highlight=
ottobre 17th, 2009 at 21:23
Uh?
Sono in preda alla confusione più totale, by Ax. Tu non ti firmi mai con l’underscore?
Indago e ti so dire.
Comunque, per precisare, quello che ho detto sul “misterioso anglofobo”
era scherzoso. Anzi, indago subito, perché so dove trovare il commento… Già, ho fatto confusione. Tu sei sempre intervenuto dicendo lamentandoti della tua “scarsa conoscenza dell’inglese” (in un paio di occasioni), ma chi mi aveva spronato simpaticamente a tradurre è stato “Un drago ubriaco”, che non sei tu. Perdona, ho mescolato le due cose. Ma adesso sono più tranquillo: fuori di testa sono, ma con moderazione.
ottobre 17th, 2009 at 21:25
Precisamente, by Ax. L’articolo è quello che hai linkato tu. (Ultimamente non mi riesce proprio di essere chiaro, quando intervengo!)
ottobre 23rd, 2009 at 19:02
Piccola info: è finalmente uscita la seconda parte de “I Cacciatori di ossa” che, ovviamente, ho già ordinato insieme a “Orda del vento” di Damasio (proviamo ’sto francese, che sulla carta sembra interessante).
ottobre 23rd, 2009 at 19:56
Grazie By Ax per la tua segnalazione davvero utile! E’ molto probabile che io ti segua a ruota nell’acquisto di ambedue i romanzi… o almeno: I cacciatori di ossa vol. II è sicuro; l’altro ci farò un serio pensierino…
ottobre 30th, 2009 at 22:48
“[...] I cacciatori di ossa vol. II è sicuro; l’altro ci farò un serio pensierino…”
A quanto pare sai come trasformare i ‘pensierini’ in realtà.
Leggendo il tuo commento su FM mi sembra ancora più doveroso cominciare il tomo. E poi, diciamocelo, voglio capire se l’autore ha le palle dimostrate da quella serie di improperi che ho trovato sfogliando il libro a caso.
Interessantissimi — immagino ancora di più per chi scrive come te — i punti di vista quasi tutti in prima persona riferiti a personaggi diversi.
ottobre 31st, 2009 at 17:32
Eheh…
l’ho trovato per caso in un centro commerciale; non potevo lasciarmelo scappare!
Come ho scritto su FM, la molteplicità di punti di vista mi è apparsa subito come uno dei grandi punti di forza del romanzo (bisogna vedere, ripeto, se ciò inficerà il senso complessivo del romanzo).