Memorie di Ghiaccio – Steven Erikson
Gruntle
Stanotte intorno alle 2 ho concluso quest’altra straordinaria esperienza. Già, perchè leggere Erikson è ben più di un momento di svagata immaginazione: è una full immersion in un mondo e nell’animo di personaggi che non smettono mai di lasciarti a bocca aperta.
Ne avevo interrotto la lettura per far spazio a un fantasy in cui ho voluto credere, quello di Luca Centi dal titolo “Il silenzio di Lenth“; ma, non me ne voglia Luca, quando ho visto con la coda dell’occhio il tomo di Erikson in attesa sul comodino, a un capitolo e qualcosa dalla fine, non ho saputo resistere. L’ho preso in mano e mi sono decisa di farla finita anche questa volta – non senza un alone di nostalgia già nel cuore, quella sensazione tipica di quando non vuoi scollarti dalle pagine ma sai che la fine, alla fine, arriva per tutti e tutto. Ed è giusto così.
Di fronte a tanta grandezza, io non so neanche quali parole scegliere per renderle giustizia… Inizio con un pensiero che mi ha folgorata a lettura conclusa: se Tolkien è stato consacrato indiscutibilmente sul monte degli dèi dell’arte fantastica, venendo a costituire quasi un passaggio obbligato per chiunque dopo di lui si sia cimentato nel genere, ebbene, Erikson, a parer mio, sta venendo ad essere un altro, ineliminabile, punto di svolta per questo genere letterario che tanto ci sta a cuore. Come ha scritto giustamente Un Muspeling: “Erikson è il Nuovo“. Nulla di più vero: Erikson ha inaugurato un nuovo modo di fare fantasy, cui tutto si può recriminare (le solite accuse di scarsa attenzione alla psicologia dei personaggi) fuorchè l’originalità.
Ma veniamo a questa terza storia del Libro Malazan dei Caduti.
Avevo iniziato la lettura con una domanda: è vero che Memorie di Ghiaccio è il miglior romanzo che Erikson abbia scritto fino ad ora? Molti lo giudicano così – non a torto – mentre io mi ostinavo a non volermi disancorare dalla mia preferenza data a Maree di Mezzanotte.
Qual è la risposta, oggi, alla domanda iniziale?
Memorie di Ghiaccio è un meraviglioso affresco di storie che si intrecciano come fili variopinti di un arazzo. Ho difficoltà a giudicarlo inferiore al mio prediletto Maree… diciamo che i due romanzi se la giocano molto bene, ognuno coi suoi punti di forza. Maree secondo me è speciale perchè l’ho vissuto come il più compiuto di tutti, un romanzo per certi versi a sè stante: qui sta tutta la sua eccezionalità, quella d’essere la storia dello scontro tra due popoli pieni di contraddizioni; e qui anche la sua estrema attualità.
Memorie vive invece di personaggi: ritengo siano questi ultimi le punte di diamante del romanzo. Non uno di essi rimane nell’ombra e non colpisce per qualcosa; di tutti gli attori di questa storia rimane almeno un ricordo.
In particolare, mi piace vedere l’evoluzione di Ganoes Paran da piatto soldatucchio di origine agiata a uomo fortemente umano, costretto a fronteggiare i propri dubbi e debolezze di fronte a una responsabilità estremamente grande da sopportare (non spoileriamo!).
Ben lo Svelto, Kruppe e i vari comandanti malazan sono sempre delle piacevoli conferme. Anomander Rake (per cui ho una passione morbosa :-P) è straordinario come solo lui può. E che dire di Gruntle, Itkovian, Toc il Giovane… tante declinazioni dell’animo umano, sfaccettature della capacità tutta nostra di essere steli che si piegano al vento e insieme scogli solidi che contrastano le onde.
Si è rivelata vera anche l’affermazione che Andrea D’Angelo ha fatto sul forum di FantasyMagazine: “Le ultime 100 pagine di un romanzo più belle che abbia mai letto”. Ed è proprio nelle scene finali che lo zio Erikson ha collocato un’ultima, spiazzante, chicca… il ritorno di un personaggio che si era creduto perso per sempre. La ciliegina sulla torta.
E la torta, quando si tratta di Erikson, va assaportata con entusiasta pazienza.
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22 Responses to “Memorie di Ghiaccio – Steven Erikson”
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maggio 25th, 2009 at 13:07
Eh, già… Con Erikson c’è sempre quell’agrodolce finale, perché dispiace lasciarsi alle spalle una simile esperienza di lettura. Il buono è che si ripete e si ripete ancora, a ogni nuovo inizio.
Personalmente, ritengo il terzo, il quarto e il quinto romanzo allo stesso livello. Il motivo per cui molti amano di più il terzo, secondo me, è che arriva ad alcune “conclusioni”, ripesca la vicenda del primo e completa (pur allargando la visuale, come sempre fa Erikson per il momento: immagino che i soli nono e decimo concluderanno senza esagerare nell’aprire nuovi “fronti d’azione”). Cioè, nell’immenso oceano di dettagli che Erikson ha creato assieme ad Esslemont, avere qualche risposta ben scritta aiuta a eleggere il libro preferito.
Il mio punto di vista, però, predilige la valutazione dell’opera in sé e, in tutta sincerità, sebbene molto diversi l’uno dall’altro, gli ultimi tre romanzi mi sembrano di pari, eccelso livello. E, ti dirò, il sesto non è che scherzi… (sono a pagina 450 di 1200, mass market papaerback, naturalmente! :).
Ed è incredibile come spesso faccia fatica ad arrivare a pagina 100, leggendo in italiano, mentre con Erikson in inglese (e che inglese difficoltoso!) arrivo a pagina 450 e non me ne sono quasi accorto. La dice molto lunga, se non altro sui miei gusti.
Anch’io sto leggendo Luca (Centi) e mi sta scorrendo via veloce. Sul romanzo mi pronuncerò a lettura ultimata.
E tu, Nutza? A che punto sei?
Un sorriso,
Andrea
maggio 25th, 2009 at 13:40
Credo che la tua spiegazione sull’abbondanza di approvazione di Memorie sia molto plausibile.
Io ho già sullo scaffale “La Casa delle Catene” e “I Cacciatori di Ossa” (Maree, come sai, l’aveva già letto; beh, con Erikson io ho sballato completamente l’ordine dei romanzi… sono una pazza, ma non è dipeso da me, ma dalla disponibilità nelle librerie).
Conosco poco l’inglese di Erikson: ho leggiucchiato qualcosa in giro per la rete. Adoro la lingua inglese, in cui sono abbastanza ferrata, ma temo che leggendolo in lingua originale il dover cercare le parole che non conosco mi spezzi la lettura… Da quel poco che ho letto, però, confermo la tua opinione: l’inglese di Erikson mi sembra scorrevole eppure per nulla vago; ogni termine che usa mi pare ben selezionato.
Sulla tua ultima domanda: intendi a che punto sono con la lettura del “Silenzio di Lenth” o col mio “progetto fantasy”? Nel dubbio, rispondo a entrambi i punti.
1) Sono giunta a pag. 165 (cap. 11) del romanzo di Luca. Anch’io mi pronuncerò a fine lettura dedicandogli una recensione delle mie. Ma se posso dare un parere preliminare: non so dire se sia un buono o cattivo romanzo. Sicuramente è molto superiore alle opere della Troisi, e questo basta a renderlo degno ai miei occhi. Il fatto è che ci sono passaggi in cui indirizzo mentalmente un “Complimenti!” all’autore, perchè dalla lettura emerge che il giovane Luca sa bene dove andare a parare e in virtù di questa consapevolezza ha costruito una storia egregiamente strutturata. Ma vi sono parti in cui mi mangio le mani, perchè ci sono scivoloni che sono un peccato per una storia così ben curata: descrizioni fisiche stereotipate; modi di dire che si ripetono a distanza di poche pagine (odio le ripetizioni); una certa piattezza psicologica nei personaggi… cui, sinceramente, ancora non mi sono affezionata. Insomma, le ingenuità non mancano. Di contro, mi piace tantissimo la maestria con cui l’autore apre e chiude i paragrafi: un artificio, quello della chiusura “a effetto” con frasi o gesti significativi, che ho appreso, guarda caso, da Erikson, e che sto tentando di applicare anch’io nella mia scrittura.
2) Veniamo al mio “progetto fantasy”, appunto. Circa un’ora fa ho aggiunto un altro piccolo tassello. Il punto della situazione è questo: ho scritto Prologo, il primo Interludio, e quasi ultimato il Capitolo 1. Procedo a singhiozzi e con un certo timore. Persino oggi esitavo ad aggiungere quel piccolo paragrafo. Poi ho guardato la pagina bianca e incompleta e mi son detta: facciamolo. Finora quel che è venuto fuori mi piace. Poi, grazie alla revisione spietata del mio fidanzato, vado limando sempre più lo stile… per fortuna che c’è lui a farmi notare quando uso troppi giri di parole o paroloni da Treccani. Penso sempre più fermamente che, quasi sempre, la semplicità è la scelta migliore.
E che mi racconti dei tuoi progetti, Andrea? Stai continuando a lavorare al “Giorno dopo”?
maggio 25th, 2009 at 14:08
Ti chiedevo del tuo progetto, non del romanzo di Luca (anche perché preferisco sempre lasciare il tempo a chi sta leggendo di terminare il romanzo – o la lettura, se si fermerà prima della fine – e farsi un’idea completa del lavoro di un autore – se lo “pretendo” per le mie opere, le altre non possono essere trattate diversamente…).
A piccoli passi, insomma, ma procedi. Va bene così. Per mia esperienza (anche attuale), l’inizio è sempre molto più difficoltoso e lento, specie se fantasy (ma ho visto che non cambia molto se si ambienta la storia nella realtà). Devi centellinare le parole, dosare ogni più piccola descrizione, per arrivare all’equilibrio che tu ritieni perfetto circa l’ambienzione e la caratterizzazione dei personaggi. Devi dire molto di più all’inizio, anziché lasciar parlare soltanto l’azione, e questo porta a tutta una serie di problematiche che si risolvono con la sola riflessione e più letture. Non so tu, ma io non riesco a lasciarmi alle spalle qualcosa di irrisolto, specie se *importante*. Devo risolvere subito e, quindi, fermarmi a ponderare. Più il libro s’incanala sul binario giusto, più può cominciare a macinare chilometri. Di solito, a grandi linee, almeno il primo terzo del romanzo lo scrivo lentamente. Verso metà inizio a prendere un buon ritmo.
Credo sia una cosa piuttosto oggettiva, per ciò che implica “scrivere un romanzo”. Quindi confido nel fatto che anche tu, con un certo margine essendo la tua “prima opera ragionata e corposa” :), riscontrerai che la velocità d’esecuzione aumenta col passare dei capitoli.
No, “Il giorno dopo” è lì che attende con pazienza. Sto lavorando tuttora sul “secretum”, sulla sua scaletta e sulla revisione dei primi quattordici capitoli (ai quali la stesura della scaletta sta donando nuove prospettive e spunti, che devo per forza di cose aggiungere – sarebbe un peccato non farlo).
“Il giorno dopo” attende sempre che io scriva due capitoli e mezzo, di modo che poi possa farlo leggere ai miei “alfa-tester”. Ma il matrimonio incombe e io, come sempre, sono in ritardo su un sacco di cose…
Anzi, torno al lavoro, va’…
maggio 26th, 2009 at 22:52
E’ vero, Andrea, tutto “il grosso” va smaltito all’inizio, dopodichè i capitoli scivolano (dovrebbero) come biglie lungo un piano inclinato. Non per nulla ho scritto in un altro post che questo mio sarà un romanzo a “inizio lento”; credo lo sia a 360°: la storia si concede tutto il tempo necessario per ingranare (nella speranza che il lettore senta quella famosa stretta allo stomaco tipica della famelica curiosità di sapere dove diavolo andranno a parare gli eventi) e anch’io, viste le mie innumerevoli insicurezze, procedo con estrema (esagerata?) cautela. Ma, non vorrei fosse solo un’impressione, noto già, ora che ho scritto quasi 50 pagine, che man mano che acquisisco coraggio le dita pigiano sulle lettere dei tasti con maggior sicurezza. La verità è che non mi arrendo a credere in me stessa finchè non mi sbatte in faccia una prova lampante di quanto riesco a fare, di quanto valgo. Mi succede così prima di ogni esame… e tutte le volte che mi sento dire: “Trenta” o – peggio – “Trenta e lode”, io guardo inebetita e vorrei rispondere “Davvero? A me? Grazie infinite!”.
Comunque… venendo ai tuoi progetti. A parte che per un attimo ho dimenticato i vari progetti “non-scrittevoli” di cui ci avevi accennato sul tuo blog, dunque la mia domanda sarà stata un po’ ingenuotta, pardon ^__^’ In ogni caso, dal mio canto non condanno chi si concede pause nella scrittura, o interrompe alcuni progetti per riprenderne in mano altri. Per questo ti auguro di riuscire a seguire in ogni momento il tuo desiderio: che sia di scrivere con foga, di concederti doverose pause o, come stai facendo, accantonare momentaneamente “Il Giorno dopo” per il “secretum”. Del resto, non condivido il dettame kinghiano secondo cui lo Scrittore debba produrre per forza un tot di pagine al giorno. Bah, a me pare un’assurdità. Io non ho scritto per mesi, anche anni; parimenti, non disegno da non so più quanti anni, eppure so – non so come, ma lo so – che una matita in mano oggi la saprei tenere con una certa maestria. Scrivere è come andare in bicicletta: difficile disimparare. Certo, non scrivere e NON LEGGERE per anni sarebbe forse una combinazione letale per uno che voglia fare lo Scrittore… ma non è il nostro caso
maggio 27th, 2009 at 08:55
Non scrivere e non leggere per anni è impossibile!
Voglio dire, le pause sono pause. L’accezione più utilizzata della parola implica che ci sia un prima e un dopo, e che la pausa stia nel mezzo. Anche perché, ti dirò, a me le pause rendono nervoso, sebbene abbia imparato ad accettarle per quello che sono: sano riposo della mente, che aiuta a rigenerarsi e, soprattutto, a vedere più chiaro (non ultima la scrittura: a volte ti viene la nausea – vedrai, sempre che tu non l’abbia già sperimentato; non credo, però… – e soltanto una pausa ti riporta alla prospettiva iniziale, quando agognavi di scrivere, perché la scrittura era magia, poesia, l’esatta cosa che volevi fare nella tua vita – e altre romanticherie simili, che di solito aumentano la nausea! :).
Circa l’inizio lento, ti metto in guardia. Sulla mia pelle ho imparato che un inizio lento ha il dovere di fare una cosa: mettere la carne sul fuoco. Se lento, deve metterne tanta (e poi il romanzo – o la storia, se composta da più libri – dovrà cucinarla *tutta* per bene).
Tradotto – ma so che hai già capito -, significa che la lentezza della “costruzione” non può prescindere dal portare in avanti la storia. Questa è la vera difficoltà. Fare di testa tua, ma con un (grande) occhio al lettore, che se si annoia all’inizio è finita!
Oggi sono in vena di “consigli”. Sono insopportabile, dunque. Be’, puoi sempre ignorarmi.
Scherzi a parte, c’era una cosa su cui volevo riflettere con te, già nel mio primo intervento, ma poi me ne sono dimenticato.
I finali di scena “a effetto”. Ecco, io li ho fatti miei leggendo Weis & Hickman, cioè *ben prima* di Erikson (20 anni prima).***
Ma veniamo al consiglio. No, dai… alla riflessione.
Col tempo ho imparato una cosa: i finali di scena a effetto hanno un loro perché, ma abusarne è *molto* pericoloso. In primis, non tutti li amano. In secundis, l’autore perde prospettiva circa il *senso* della storia che sta raccontando. Una storia che ti resta nel cuore non può essere fatta di soli “effetti speciali” (cosa che il finale “a effetto” è). Deve contenerli, specie nel Fantasy, ma devono essere misurati. Ne consegue che terminare le scene in modo quasi sistematico “a effetto” ha come conseguenza il puntare *troppo* sugli effetti speciali e *troppo poco* sulla sostanza.
Ovvero sia, in sintesi, comincia a rileggere criticamente i tuoi finali di scena, uno dopo l’altro, con ben in mente l’idea di cambiare da “a effetto” a “a senso” alcuni di essi. Vedrai che, prima o poi, ne troverai una che sarà di gran lunga superiore con il finale senza effetti, che finisce proprio dove deve finire, senza quella frasetta rivelatrice o stuzzicante, che finisce, ad esempio, sulla sensazione di un personaggio, che in quel momento è triste, o è felice, eccetera. C’è una certa potenza nascosta nella narrazione “semplice”, che se ne infischia degli “effetti”.
La ricchezza, e quindi la godibilità di un libro, secondo me sta nella sua varietà narrativa. Deve donare al lettore varietà, come storia, ma anche come tecnica. Questo è uno dei motivi per cui “I promessi sposi” è considerato uno dei massimi esempi di letteratura italiana (e mondiale): Manzoni ha usato praticamente tutto lo scibile grammatico-sintattico che ai giorni nostri adolescenti in fregola studiano senza fare proprio, schiavi di un certo tipo di narrativa, piatta, sciatta, eccetera.
Di conseguenza, prediligo la mia crescita artistica sopra ogni cosa, che passa per innumerevoli riflessioni sul modo migliore di narrare.
Dipende da cosa si vuol raggiungere e qual è il proprio lettore ideale. A me piace adulto, intelligente, critico – ma equilibrato – e che sappia far proprie le sfide che l’autore gli propone, in modo attivo (il lettore passivo, da pappa in bocca lo detesto! E, in ogni caso, ho scoperto che il “passivo” detesta i miei romanzi: perfetto!
L’occhio al lettore non è quello che si vuol far credere sempre più diffusamente. Non è, cioè, blandire il lettore. E’ stimolarlo, cosa *molto* diversa – e tutt’altro che facile. Appiattire, svilire la lingua italiana è un modo per crescere caproni, e farsi i soldi. Non ci sto. Preferisco rischiare un lavoro da impiegato tutta la vita, e forse, un giorno, arrivare alle soddisfazioni di Erikson (si fa per dire…), che è circondato da schiere di lettori *attivi*, *intelligenti*, in una parola… *stimolanti*, che essere circondato da schiere di ragazzini sbavanti, privi di capacità critiche. L’entusiasmo fa sempre piacere, per carità, ma ci si dovrebbe anche domandare quanto sia profondo e quanto, invece, poggi su fondamenta fatte di superficialità.
Discorso snob? Immagino che molti la penserebbero così. Be’, io so che tu, invece, puoi capire il senso del mio sproloquio.
Insomma: attenta agli effetti speciali!
***A latere: è la seconda volta che tu scopri qualcosa con Erikson, mentre io l’ho scoperta con autori di gran lunga precedenti. Il che mi fa pensare a due cose: uno, sono abbastanza più vecchio (sob!); due, ormai nessuno inventa un fico secco, quanto a tecnica narrativa.
P.S.: non ho il tempo di rileggere, spero sia tutto comprensibile. Se no, perdonami.
maggio 27th, 2009 at 11:11
Buongiorno Andrea!
Non sei insopportabile, anzi, tu sai quanto stimo la tua opinione e i tuoi “consigli” o comunque le riflessioni cui mi inviti le quali non possono che essere spunti preziosi per la mia crescita “professionale”. Tra l’altro io ho modo di discutere di fantasy principalmente in rete, poichè nella vita reale, vivendo io in una città nel sud della Sicilia, questo genere è semisconosciuto; potrei sottoporre il tema in ambito universitario, è vero, ma spesso gli eventi (leggi: esami impellenti) tolgono priorità a queste cose.
Veniamo al punto del giorno. Finali “a effetto”.
In primis, mi hai acceso una lampadina nella mente con la tua distinzione tra “a effetto” e “a senso”, che rende molto bene l’idea.
E’ ovvio che concordo con te sulla condanna dell’abuso. Qualsiasi artificio narrativo, se abusato, diventa clichè, col rischio che il narratore sia prevedibile e con lui la storia che sta raccontando. Ora che ci penso, in Erikson stesso non tutti i finali di paragrafo sono a effetto: credo lo sia più della metà (ma non ci metto la mano sul fuoco, visto che i vari romanzi li ho letti in ordine un po’ sballato e tutt’ora andrei nel panico se dovessi illustrare quale si riallaccia a quel filone della storia e quale a un altro). Il resto sono, appunto, finali “a senso”.
Venendo al mio caso: dato che ho scritto ben poco, mi sono potuta permettere di attuare il tuo consiglio rileggendo i vari finali dei miei paragrafi. La stima matematica finale è la seguente: su 20 paragrafi, 10 sono “a effetto”. Manco a farlo apposta, l’esatta metà. Certo, la percentuale non vuol dire nulla: potrei aver bisogno di chiudere a effetto certi paragrafi perchè sento che è giusto così, e chiuderne più liberamente altri, senza badare di trovarmi al cap. 1 o al cap. 20.
Piuttosto, mi sono posta la domanda: tutti questi finali a effetto erano veramente utili ai fini della storia (e della sua godibilità)? Diciamo che, i finali dei paragrafi dove il punto di vista è quello di una divinità li ho trovati giustificabili: concorrono a creare la giusta atmosfera. Nei casi in cui non c’è il finale a effetto ma una “normale” chiusura, è semplicemente perchè lì il finale a effetto non m’è venuto. Infatti, ci tengo a precisare, questi finali io non li cerco volutamente (altrimenti cadrei nell’artificio voluto e abusato): se la chiusura mi viene spontanea in quel modo bene, altrimenti mi limito a tagliare la scena laddove è giusto che finisca. Credo che finchè continuo così, utilizzando solo finali a effetto “genuini”, posso riuscire a evitare il clichè e la sdegnosità.
Andando alla questione dell’inizio lento. Come hai giustamente detto, una scelta simile (che poi la mia non è stata neanche una scelta: come il caso del finale a effetto, anche qui l’avvio lento è venuto da sè) implica un doppio lavoro. Lo sto sperimentando proprio in questo momento, e le difficoltà non mancano: ad esempio, per concludere (finalmente!) il capitolo 1 mi manca un paragrafo in cui per la prima volta devo mostrare il “covo” di una certa comunità di persone che sta al centro della mia storia e da cui traggo tutta la mia ispirazione (e passione); è un passaggio delicato, che non posso permettermi di bruciare con leggerezza. Ed è ancora più difficile se aggiungiamo che, in verità, l’idea del “covo” non rientra nel famoso enorme file (di OneNote, che ho scoperto utilissimo) contenente scalette, profili di personaggi, elementi d’ambientazione, ecc. Insomma, questo “covo” devo ancora immaginarmelo. Sarei tentata di farlo nel corso della stessa scrittura del paragrafo e vedere cosa ne esce (un’idea minima comunque ce l’ho) oppure dedicargli una cura minuziosa, con tanto di mappa. Il fatto è che questo “covo” non avrà una vita lunga (i personaggi presto lo abbandoneranno) e poi non è neanche un punto “d’interesse” (come lo potrebbe essere, invece, un Tempio in rovina o una radura intrisa di magia), quindi non so se ne vale la pena di dedicargli tanta progettazione…
Ecco, come al solito, quando ti rilassi un attimo grazie a qualche minima soddisfazione, le innumerevoli questioni spinose dello scrivere ti pungolano e richiedono che tu sia vigile e lucido. Non esiste un momento di pace duraturo! Nella scrittura, come nella vita… mai adagiarsi.
P.S. Sì, la nausea l’ho già sperimentata più volte. E mi sono allarmata, con tutte le paranoie del caso (forse scrivere non mi piace così tanto, forse ho sbagliato genere, forse non sono all’altezza, forse non ho la costanza necessaria, forse, forse, forse…). Poi, però, ho imparato a prenderla “con filosofia”.
Spero di riuscire sempre a tenere duro e proseguire questo progetto fino alla parola “fine” (altrimenti una piccola parte di me, quella conscia delle proprie capacità, urlerebbe che lasciare il progetto a metà sarebbe un grave, gravissimo peccato).
maggio 28th, 2009 at 23:12
Prima di tutto: ciao Nutza! Avevo salvato questo blog tra i preferiti tempo fa ma poi col cambio di pc avevo perso il link! Vedi la fortuna? Per puro caso l’ho ribeccato e risalvato al volo!
Secondo: se per te va bene vorrei linkarti nel mio sito, così sono sicuro di non riperdermi mai il link!
Terzo: Mi stai facendo venire una voglia matta di leggere Erikson. La mia esperienza in letteratura fantasy non dico che è limitata, ma comunque rivolta verso generi meno classici, meno cappa e spada. Dovrò provare prima o poi! ^^
maggio 29th, 2009 at 10:38
Buongiorno Luca! Ti ringrazio e sì, non ho nessun problema a “subire” un “linkaggio” =D
Io il tuo sito (il cui url so a memoria, visto che si tratta del tuo nome e non è difficile) ce l’avevo tra i preferiti già da un po’; di recente l’ho inserito anche tra i miei feed, così ho tutto a portata di mano.
Quanto al tuo nascente interesse per Erikson: io lo consiglio vivamente a chiunque cerchi qualcosa di veramente originale nel panorama fantasy odierno. E visto che dici di indirizzarti verso generi meno “cappa e spada”, beh allora Erikson è quello che fa per te, perchè, ribadisco, lui ha la maestria di prendere i topoi del genere e reinventarli in una maniera tale da non farti dimenticare che sono, appunto, i soliti clichè letterari. Come scrisse qualcuno sul forum di FM: un dio, insomma!
P.S. Ti inserisco subito tra i link di questo blog.
giugno 1st, 2009 at 09:55
E’ vero, quelle ultime 100 pagine sono davvero strabilianti, dopo tutto quel che è già successo ci
si commuove a leggerle.
Eppure, eppure, Erikson così facendo, compie una forte infrazione
rispetto alla realtà comune a tutti.
Ora, lui riesce a farla apprezzare, dopotutto, quanto amaro ci ha ammannito prima?
Io, per me, personalmente,
guardo a quell’esempio di
scrittura e faccio tre passi
indietro.
“No grazie, almeno per il
momento, io non potrei
mettermi a inserire simili
sviluppi di trama in quel
che io scrivo”.
Erikson è un faro sotto
diversi aspetti, così lo
considero io almeno, ma
non in quello!
Per ora almeno…
giugno 1st, 2009 at 12:36
Muspeling, credo di non aver capito appieno la tua critica a Erikson (ammesso che di critica si tratti): puoi spiegarti meglio?
Di che “infrazione” parli?
In quale “aspetto” Erikson non sarebbe un “faro”?
Vorrei capire meglio… Premesso che io per prima, che osanno lo zio Steven, non ho mai negato alcune sue pecche: divertirsi a lasciare punti oscuri (buio pesto!) che financo un lettore acutissimo avrebbe difficoltà a dipanare; vaga descrizione fisica dei personaggi (in alcuni casi assente, azzardo); il tema dell’amore spesso bandito dalle pagine, se non tradotto sottoforma di amore filiale, forte legame di amicizia o scene di violenza sessuale (che non condanno, attenzione: in un romanzo, pure e soprattutto in un romanzo fantasy, io cerco la REALTA’).
P.S. Grazie per esser passato di qua e aver commentato!
giugno 1st, 2009 at 15:39
Non è una critica la mia, non del tutto.
L’infrazione di cui parlo è quella della realtà della morte a tutti conosciuta. Non si torna da quel cancello. Non è tanto un problema di realtà violata in un Fantasy, ma solo che è un evento bello “pesante”, se mi si passa il termine, non va usato alla leggere e anche così ci può essere gente, come me, che nel pensare alle proprie storie, non ci pensa minimamente a usare un simile espediente di trama. Perché Erickson è Erickson e io che son bimbo come autore, ne ho ancora di strada da fare per raggiungere il suo livello d’abilità nella “plottistica” e nella descrizione psicologica dei personaggi.
Erickson è un faro, nel senso che mi delinea una direzione. Mi dice in un certo qual modo. “Ok, si può essere sibillini nel mostrare personaggi, luoghi, eventi, centellinando le informazione; si può prendere spunto dalla Storia e dall’Antropologia, fare un bel mixaggio nel costruire un mondo e ne può uscire qualcosa di buono (sempre ammesso di saper scrivere, saper disegnare trame, rendere credibili i personaggi eccetera, eccetera, eccetera)”.
Più chiaro ora?
giugno 1st, 2009 at 18:44
Credo Muspeling si riferisca a Duiker.
Ricordo che anche io mi fermai a riflettere a romanzo concluso, pensando di aver perso qualche ‘pezzo’ fondamentale.
Invece, a quanto pareva, Erikson aveva deciso di dare una seconda chance a quel personaggio, senza uletriori spiegazioni — o almeno io non ne ho ancora lette di eventuali.
Io comunque mi fido dell’autore anche in questa scelta. Dubito rovini la serietà del suo operato solo per un finale ad effetto… per restare in tema col post di Andrea.
giugno 1st, 2009 at 22:50
Anche io mi fido di Erikson ed è stato un piacere rivedere lo storico imperiale.
Non mi fido di me ecco…
giugno 1st, 2009 at 23:51
Dunque, credo di aver capito meglio. Muspeling non critica Erikson, anzi lo apprezza anche in questa sua scelta, però afferma di non sentirsi abbastanza “maturo” da usufruire anche lui di simili artifici nelle proprie opere. Beh, ammesso che io abbia capito bene, il tuo atteggiamento non è da biasimare, Muspeling: per come la vedo io, la preparazione in ambito antropologico e archeologico gioca molto a favore di un autore (in questo caso Erikson), meglio ancora se si scrive fantasy. Entrambe le discipline offrono cospicue risorse per costruire mondi e personaggi credibili (cosa in cui lo zio Steve riesce brillando). Dunque Erikson è un colosso, un autore che può contare su una “montagna di risorse”. Ovvio che noi piccoli bimbi scrittori in erba non ci sentiamo all’altezza, nè tanto audaci da azzardare certe scelte narrative.
Se è corretta anche l’interpretazione di By Ax – che tu ti riferissi nel tuo appunto proprio a Duiker – anch’io però mi fido fino alla fine di Erikson. Non posso credere che questo ritorno sia puramente casuale; se così fosse vuol dire che non ci ho capito nulla di Erikson (e di letteratura in generale) o, peggio, che non ci si può più fidare davvero di nessuno (autore o meno che sia).
Grazie anche a te, By Ax, per il commento!
giugno 2nd, 2009 at 08:48
Muspeling È uno storico (se non sbaglio studi proprio la storia), quindi sono certo troverà qualche soluzione brillante per incantare i suoi lettori.
Io sono sempre affascinato quando in un romanzo l’autore semina squarci storici — nel caso di Erikson, come fa giustamente notare Nutza, antropologici e archeologici — rispetto a ciò che sta narrando. Sono sempre fonte di ‘meraviglia’ per me; meglio ancora se sapientemente gestiti.
È solo una mia predisposizione, nulla di dovuto da parte dell’autore, ci mancherebbe, ma mi si illuminano gli occhi.