
Che dire di questo
Maree?
Si potrebbero spendere fiumi – anzi, “maree” – di parole, senza neanche forse riuscire a cogliere tutti i pregevolissimi aspetti della scrittura eriksoniana e dunque di questo volume.
Come anticipato dagli stralci in copertina, i Letherii e gli Edur rappresentano due stili di vita agli antipodi, e il loro scontro può essere immaginato come un confronto tra civiltà occidentale e orientale di oggi: quella Edur è un’esistenza fatta di tempi lenti, gesti misurati e valori fortemente idealizzati; la vita di un’abitante di Letheras, invece, conosce solo il dio Denaro e il Male del Debito, concependo come legittimo diritto il Potere, che si concretizza nell’atto pretenzioso di sottomettere qualsiasi popolo per arricchirsi ulteriormente. Ma anche qui le due medaglie hanno i loro risvolti: la filosofia di vita Edur, con la sua rigidità e le sue formalità, non sempre risulta adeguata alle circostanze pratiche e ai desideri degli Edur stessi; e la corsa all’accumulo di ricchezze dei Letherii non fa che trascinarli in una miseria di valori che non fa distinzione tra ricchi e poveri.
C’è quindi anche un aspetto “sociologico” in questo romanzo che non può che costituirne un valore aggiunto.
(1 a 0 contro chi ancora sostiene che il Fantasy sia pura evasione)
Come ci abituati l’autore, i personaggi in gioco sono parecchi e tutti sapientemente delineati; nello specifico, io li dividerei secondo le due fazioni Letherii ed Edur: per gli Edur abbiamo i fratelli Sengar, e in particolare Trull (l’erore del dubbio, esempio di tutte quelle debolezze che ci rendono umani, ci fanno sentire vivi), Fear (secondo me non è casuale che uno che si chiama “Paura” sia proprio il personaggio che dà un’immagine di sè come guerriero temerario e poi rivela anche lui una natura fragile e una fede di certo non incrollabile) e Rhulad (il giovane avventato che è solo una pedina nel gioco divino, un gioco che lo rivestirà d’oro ma ogni moneta peserà sulla sua carne come un macigno); dalla parte dei Letherii troviamo altri tre fratelli (simmetria anche questa casuale?), ovvero i Beddict: Brys (il campione del re, l’eroe senza macchia, ma non fino alla fine…), Hull (il traditore, ma con un grande desiderio di redenzione, e dunque non una persona meschina bensì un altro uomo pieno di illusioni e tristezza) e Tehol (il genio della truffa, una piacevolissima nota d’acuta ironia, che però cela anche una grande tenerezza e umanità); sempre tra i Letherii annoveriamo Seren Pedac, una donna estremamente tormentata e che, come lascia intendere il finale, non esaurisce in questo romanzo il suo ruolo.
Enumerare tutti i personaggi di questa storia è impresa ardua, ma mi basta dire una cosa per tutti: essi sono meravigliosamente umani, come sempre nello stile eriksoniano. Le loro bramosie, ossessioni, desideri, paure, lordure, e chi più ne ha più ne metta, emergono dai gesti e dai dialoghi senza bisogno che l’autore porti la pappa in bocca al lettore (dopotutto noi masochisti lettori di Erikson siamo già abituati a spremerci le meningi, abbiamo la pelle coriacea noi!). Lì c’è tutta l’umanità aspirata senza filtri, ci sono io e ci siete tutti voi.
(2 a 0 contro chi ancora sostiene che Erikson abbia un deficit in caratterizzazione dei personaggi)
Per quanto concerne, invece, il fronte divino, bisogna riconoscere che Erikson stavolta riesce a essere meno criptico sulle manipolazioni da parte di dei e anche sul sistema magico del suo mondo in generale (vedasi la parte in cui Corlo, mago della Guardia Cremisi, dà delle delucidazioni sui “canali” a Seren Pedac).
Infine un particolare, un altro aspetto che ho intuito man mano che leggevo ma che ho concepito chiaramente solo nelle battute finali: Maree di Mezzanotte, questo titolo (cui l’orrida copertina Armenia, come sempre, non rende giustizia) ha rimandi mirati lungo tutta la storia; ne cito uno degli ultimi, che racchiude proprio tutto lo spirito di questo romanzo, la sua filosofia:
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Un giorno in cui il regno era stato conquistato, un giorno in cui quanto conquistato dava inizio all’inevitabile distruzione dei conquistatori.Era questo il ritmo di quelle particolari maree: mentre la notte si avvicinava, le ombre si allungavano e quello che era rimasto di quel mondo stava per sparire.Questo è quello che credono i Tiste Edur, non è così? Entro la mezzanotte, tutto sparirà e resterà silente e immobile, in attesa dell’ultima marea.
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maggio 27th, 2009 at 09:35
Pienamente d’accordo con la tua analisi, uno dei libri più belli che abbia mai letto, I personaggi qui sono caratterizzati alla perfezione,Tehol e Bugg sono una pietra miliare, la storia è avvincente sino all’ultima riga e un pò meno complessa dei libri precedenti il tutto in perfetta armonia con le vicende narrate. Cito e sottolineo in particolar modo che i personaggi sono “Meravigliosamente umani” con tutti i pregi e difetti che li caratterizzano, così come le divinità. In questo come nei precedenti libri, nulla è scontato e nulla è lasciato al caso. Un capolavoro
maggio 27th, 2009 at 10:18
Sottoscrivo annuendo il tuo commento e di ringrazio per esser passato/a di qua
P.S. Non per nulla “Maree” rimane il mio preferito.